Ciò che la Storia non dice
A pag. 19 del libro di Giampaolo Pansa “Il Sangue dei Vinti” si legge “....che la libertà appena conquistata ha visto un’alba coperta di sangue e che il primo risultato raggiunto dopo la sconfitta del fascismo è stato di riempire di cadaveri migliaia di fosse, di tombe senza segno, di cimiteri occulti.......- Ma erano fascisti o si sospettava che lo fossero?- E questo bastava a portarli a morire?”-
A pag. 25 dello stesso libro si legge: Sandro, il capo dei socialisti nell’Italia del Nord aveva impartito un ordine secco alla formazione Matteotti : “Fucilatelo subito, (egli si riferiva al maresciallo Adolfo Graziani) come criminale di guerra!”- Ma quei partigiani tergiversavano. Così il maresciallo si salvò. Ebbe 19 anni di carcere e poi lo rimisero in libertà.
La stessa sorte toccò a Julio Valerio Borghese, il comandante della X Mas. Chi era Don Giulio Preziosi? Era il razzista più feroce; il numero uno, il più fanatico, come dice il Pansa, persecutore degli ebrei. Nato in provincia di Avellino, si era poi spretato per diventare uno spietato fondamentalista antiebraico. Fu chiamato il mangiatore degli ebrei. Braccato dagli ebrei, si gettò insieme con la moglie dal V piano; era il 26 aprile del “45.
A pag. 28 del libro di Pansa si legge: Carlo Borsani, 28 anni, cieco di guerra e medaglia d’oro, presidente dei mutilati, era un uomo che non aveva fatto male a nessuno. All’alba di venerdì 27 aprile, i partigiani lo portarono subito negli scantinati del Palazzo di Giustizia, strapieni di fascisti catturati.
Nella sera stessa venne condotto lì un sacerdote di 46 anni, Don Tullio Calcagno. Nel pomeriggio di domenica 29 aprile, Borsani e Don Calcagno, con un sommario giudizio, furono condannati a morte. Il cadavere di Borsani venne gettato su un carretto della spazzatura e qualcuno gli mise addosso un cartello con la scritta “Ex medaglia d’oro!” Il carretto fece un lungo giro per le vie del paese, prima di essere portato all’obitorio.
Finirono così tanti presunti fascisti, come Sandro Giuliani, redattore capo del “Popolo d’Italia”. Anche il suo cadavere fu portato per le vie sopra un carretto dell’immondizia.
Farinacci riuscì a fuggire in auto con sua moglie, ma una raffica di mitra colpì l’autista e l’auto si rovesciò. L’autista morì sul colpo, mentre la moglie si ferì alla gola in modo grave. Morì dieci giorni dopo. Farinacci uscì illeso, ma i partigiani lo fucilarono alla schiena. Il cadavere venne lasciato sulla piazza, sotto la pioggia ed oltraggiato. Poi lo interrarono in una fossa senza nome. Non solo la Petacci e Mussolini furono fucilati, appesi per i piedi ed oltraggiati, ma anche molti altri capi fascisti. Marcello Petacci, fratello di Claretta, cercò di salvarsi gettandosi in acqua (era uno sportivo e bravo nuotatore), ma fu raggiunto da una tempesta di proiettili e morì. L’acqua divenne rossa. Alcuni si arresero, dopo la promessa della libertà. Ma i patti non venivano mai mantenuti: fucilazione immediata, dopo processi fasulli.
Ora ti chiedo, caro lettore di queste pagine: sei, sicuramente, rimasto allibito da tanti orrendi delitti, non solo, ma io credo che la cosa più sconcertante è che questi sporchi assassini hanno retto, e continuano a reggere la Res Publica dello Stato Mangia Polenta.
Io, credimi, a queste atrocità così orrende, mi sento talmente avvilito, da chiudere questo libro di Pansa e non continuare più, a saperne di più. E pensare, poi, che Petronio, Sofocle e tanti, tanti altri mostri sono stati a capo di detta Res Publica per tanti anni. Ci hanno riempito la testa di tanti discorsi futili, mentre i loro occhi e le loro mani si sono imbrattate di sangue d’innocenti.
Per saperne di più si consiglia di leggere non solo il libro di Gian Paolo Pansa:“Il Sangue dei Vinti”, che tratta degli orrendi fatti accaduti dal “44 al “46, ma anche il libro di Marco Pirina: “1945 - 1947, Guerra Civile, La Rivoluzione Rossa”, edito dal Centro Sudi e Ricerche Storiche “Silentes Loquimur” - “Parliamo dei Morti”. Nel libro del Pirina, ancora più sconvolgente e sconcertante, vengono trattate le stragi compiute dai partigiani jugoslavi di Tito e dei trucidati nelle foibe. Dove finisce il Pansa, inizia il Pirina. Inoltre, il libro è pieno di immagini strazianti che fanno rabbrividire.
Come, come si fa ad avere fiducia nelle istituzioni?- Che squallore è la vita!-
Mi vergogno di appartenere a questa specie: l’unica nel regno animale capace di atti così immondi.
C’è veramente da inorridire: le foto delle persone massacrate dai partigiani comunisti e le didascalie della immane mattanza fanno, ancora oggi, accapponare la pelle e brividi di freddo scuotono il sistema nervoso. Nel libro di Pirina si legge: (Rif.: Indro Montanelli, articolo sulla “Voce”) “......A Piazzale Loreto io c’ero. E’ un ricordo che non riesco a cancellare dalla memoria, perché a tenermelo vivo è un rimorso: il rimorso di non aver mosso un dito e nemmeno pronunciato una parola contro quella scena, che lo stesso Parri, presidente del C.L.N., definì di “bassa macelleria messicana”- Se lo avessi fatto, oggi non sarei qui. Avrebbero appeso anche me a quei ganci.....”- “A Piazzale Loreto, c’ero anch’io, trascinato nel mare di folla urlante, impazzita, che inneggiava non si sa a chi e sputava sui corpi calati per terra, calpestandoli, sparando con armi di ogni genere su di essi, compiendo atti innominabili e vergognosi.....fino a quando fummo tutti raggiunti dal getto degli idranti, che gli alleati fecero mettere in azione....lo spettacolo era finito.....ora si andava in cerca di piccoli spettacoli che segnavano la fine di uomini e donne nelle strade della città....ogni capannello era un luogo da applaudire.....”-
Vergogna!Vergogna!Vergogna!
E pensare, e lo ripeto ancora, che questi esseri abominevoli (partigiani comunisti e non comunisti) hanno retto la politica del dopoguerra fino a oggi, facendo ignorare al popolo, di quanti delitti di persone innocenti si siano macchiati.
Forse era meglio non conoscere la verità.
Alla mia età era meglio vivere nell’oblio di queste brutture che ti spezzano il cuore.
Purtroppo, la curiosità di sapere, sapere, sapere, ti rende la vita amara.
Beati gli ignoranti!-
A volte può sembrare inverosimile quanto ho testé scritto, soprattutto per i meridionali che della guerra “40 - “45 hanno conosciuto soltanto il passaggio delle truppe alleate e di sporadici fattacci compiuti da sparuti soldati tedeschi.
A Nord, si tenga presente, che negli anni “45 - “47, c’è stata la guerra civile, peggiore della rivoluzione francese.
I federali, i podestà e i fascisti delle nostre contrade sono vissuti in grazia di Dio, senza ritorsioni o assurde vendette.
Faccio qualche esempio: la famiglia dei Simone: Angelo, Stefano; il maestro Camma, Federico, il segretario Nicolais, Fuss, invalido della guerra “15 - “18, don Ciccio, don Ar, ecc. ecc. (compreso figli e nipoti), sono vissuti tranquillamente.
Stefano Simone è stato, per molti anni, a partire dal dopoguerra, Direttore dell’Empas di Caserta.
Se quei balordi del Nord fossero scesi quaggiù, questi succitati fascisti, sarebbero stati trucidati senza pietà e senza alcun giudizio.
Per questi eccidi mancati possiamo chiamarci fortunati.
Il Compagno di Scuola Michele Russo
All’apertura dell’anno scolastico ci ritrovammo tutti noi del 4° anno, nella sala di scienze del Magistrale di Capua “Salvatore Pizzi”. Dopo alcuni giorni, il numero degli studenti della nostra classe aumentò. Diversi alunni di altre scuole si aggregarono a noi, tra cui un certo Michele Russo, proveniente da un collegio salesiano. Abitava con la sua famiglia a Casagiove, in via S. Croce. Le condizioni economiche familiari erano alquanto precarie. Suo padre Oreste faceva il pittore (imbianchino). Michele era bravo in latino e lo chiamavano “il latinista”. Una volta, il professore Merorillo sbagliò la “consecutio tempore” e Michele lo corresse. Il professore s’imbestialì per la figuraccia e lo ammonì proponendogli 15 giorni di sospensione. All’uscita della classe, lo chiamò in disparte e lo perdonò. Io, nel “45, desideroso di apprendere la lingua inglese, mi recavo in bici a casa di Michele, che mi ospitò per più d’un mese. Ogni pomeriggio, andavamo a piedi da Casagiove a Caserta, dalla professoressa d’inglese sig.na Reggio, ospite del conte Leonetti. Pernottavo da Michele e poi al mattino seguente ritornavo a Piana, per poi ripartire nel pomeriggio per Casagiove. La professoressa era nata a Londra, ove suo padre, banchiere, aveva la residenza provvisoria. Avendo mantenuto sempre la cittadinanza italiana, nel “40 il banchiere fu espatriato. Il conte Leonetti gli diede ospitalità assegnandogli un appartamento nel suo vasto palazzo in piazza Vanvitelli. La professoressa insegnava la lingua italiana agli alti ufficiali del Comando Generale americano, stabilitisi a Palazzo Reale di Caserta. Un pomeriggio, la professoressa scese dalla jeep molto spaventata e a noi che l’aspettavamo disse:-“Hanno ammazzato Mussolini!”- Io e Michele fummo i primi, in tutta Italia, a sapere dell’uccisione del Duce da parte dei partigiani ex fascisti del Nord Italia. Poi, quando la professoressa si ebbe alquanto calmata, aggiunse:-
“Stavamo ascoltando la radio con alcuni ufficiali americani, quando è stato annunciato l’orrendo eccidio. Tutti son rimasti scossi e un generale inglese.......ha esclamato:- “I partigiani ex fascisti del Nord Italia, hanno compiuto un atto d’inaudita brutalità.”-
Queste parole mi fecero riflettere molto.
Probabilmente, io e Michele fummo i primi, in tutta Italia, ad apprendere la terribile notizia.
Ora, tu lettore, soffermati un pò e rifletti.
Mussolini fu responsabile della guerra e su questo non ci piove; ma tu te la sentiresti di assolvere quei bruti, quelle bestie, che prima lo acclamarono osannandolo come un dio e poi, quando cadde nella polvere, gli stessi lo appesero a testa in giù a quel gancio di un distributore di benzina di Piazzale Loreto a Milano, insieme con Claretta Petacci, che era del tutto innocente?-
Non solo appesero Claretta al gancio, ma prima, quei porci la violentarono in gruppo, stuprandola decine e decine di volte e poi la esposero, come un trofeo di caccia, al linciaggio e al ludibrio di gente impazzita ed inferocita.
Porci! Porci! Porci con la bava alla bocca, simile ai verri. Che schifo!- Che vergogna!-
Che siano maledetti per l’eternità vivi e morti!-
Anche gli stranieri ci hanno condannato. Per questi nostri atti, così assurdi, siamo considerati gente del terzo mondo; gente di nessun valore.
Tu lettore, non azzardare giudizi avventati sul mio atteggiamento a favore di questi poveretti. Sappi, che mio padre, nazionalista, quando io nacqui, mi avvolse nella bandiera nazionalista e affacciandosi al balcone di casa esclamò:- “E’ un maschio!”-
Nel “22 mio padre fu fermato dai fascisti caiatini che volevano obbligarlo a ingoiare una bottiglia di olio di ricino. Fu salvato dal suo amico Pasquale Della Valle, impiegato del notaio D’Alessio. Io ho subìto, nel periodo fascista, il colossale errore del servizio militare non dovuto, che mi ha portato tanti malanni fisici, morali ed economici.
Perciò, tu lettore, cerca di comprendere le mie parole, in favore di quei disgraziati; esse sono scaturite dal profondo del mio cuore e non mi sento assolutamente di condannarli.
Me ne frego di genuflettermi ai politici per ottenere favori o grazie.
Io ho una personalità che ho sempre difeso e difenderò fino alla morte.
Viva la verità!- Viva la libertà!- Viva la sincerità!- Abbasso la menzogna e l’ipocrisia!-
I Sadici del Nord
Spesso la TV ti fa vedere le camicie verdi di quelli della Padania: i seguaci di quel Baffo, che al solo guardarlo e sentirlo gracchiare mi viene da vomitare. Ha la faccia dell’idiota presuntuoso.
Ora io mi domando: una volta, questi padani indossavano la camicia rossa e ci ruppero le palle; un’altra volta vennero, sempre quelli del Nord, con la camicia nera e per un ventennio ci obbligarono a lavorare per loro, facendoci crescere nell’ignoranza e nella povertà più assoluta.
Ora ci sono le camicie verdi del Nord che si vogliono staccare da noi, considerandoci dei pidocchiosi e buoni a nulla. Ci chiamano, questi ciucci presuntuosi, terroni, incapaci di progredire e di migliorare. “Le fabbriche le abbiamo solo noi del Nord!”-spifferano ai quattro venti:“Gli stabilimenti, l’agricoltura, le industrie meccaniche, metallurgiche e siderurgiche li abbiamo solo noi del Nord. Voi del Sud non avete nulla e non sapete fare nulla. Cioè sapete solo chiedere l’elemosina allo Stato!”
E da qui nasce il loro motto: “Roma ladrona!”-
Forse ciò, ammesso e non concesso, potrebbe anche essere vero, però tutti i governanti, a partire dalla famiglia reale, di dove erano e di dove sono?-
Tutti del Nord.
I nordici hanno sempre portato nel passato e portano ancora adesso l’acqua al loro proprio mulino.
A noi del Sud nessuno ha dato un aiuto, una mano. (leggi, in seguito, il trafugamento del favoloso tesoro lasciato a Napoli dai Borbone) -
A volte, vorrei gettarmi la zappa sui piedi e dire: sì, avete ragione; però, noi del Sud abbiamo più di voi, l’onestà e l’amore per la Patria!-
Quella che voi non potrete mai avere. Voi e solo voi, nel dopoguerra, vi siete macchiati di sangue d’innocenti; vi siete imbrattati le mani di sangue di tanti vostri fratelli e non riuscirete giammai a scrollarvi di dosso le infamie che avete commesso sulla povera gente innocente. Avete ancora negli occhi la brama della cattiveria. I vostri figli e nipoti hanno ereditato i vostri cromosomi avvelenati dalle malefatte del dopoguerra. Vergognatevi! -
E, per avvalorare ciò che ho testé affermato, vi leggo un brano qualsiasi dal libro del Pansa: “Il Sangue dei Vinti” (pag. 187) “........Era a villa Dal Vesco che cominciavano i sadismi sui prigionieri.
Lamette conficcate in gola. Obbligo di inghiottire i distintivi metallici strappati alle divise. Spilloni nei genitali. Percosse con i calci dei fucili, bastoni, verghe d’acciaio. Quelli destinati a morire li trasferivano in camion alla cartiera di Mignagola. Ma qui, purtroppo, la morte non avveniva subito, come una liberazione. Prima di essere giustiziati, i fascisti o presunti tali, dovevano ballare e camminare a piedi nudi sui cocci di bottiglie. Oppure erano costretti a riempirsi la bocca di carta, che poi veniva incendiata.”
Potrei continuare per ore ed ore a leggere questo Best Seller di Gianpaolo Pansa. Sono troppi gli episodi sconcertanti e raccapriccianti.
Preferisco fermarmi, perché il Nord s’è macchiato di sangue di tanti innocenti e non potrà mai più liberarsi di questi immani delitti.
Noi del Sud, queste brutture non le abbiamo mai fatte.
Ai soldati, ai fascisti, ai fuoriusciti politici abbiamo dato da mangiare e da vestire.
Intelligentemente abbiamo capito che le guerre sono tutte brutte e portatrici di sciagure e siamo stati tutti convinti e d’accordo che è molto meglio evitare stupide ritorsioni e vendette, per non provocare altre inutili guerre o, peggio ancora, rivoluzioni o guerre civili. La nostra non è stata una viltà come voi potreste pensare, ma solo saggezza, per aver capito che tutti i regimi, tutte le fazioni estremiste politiche che cadono, se non si tollerano, possono provocare la morte di tanti innocenti. Vergognatevi, voi brutti musi delle camicie rosse, nere, verdi. Il vostro cervello, purtroppo, è più piccolo di quello di una gallina. L’Italia è e deve essere una sola. Dobbiamo essere tutti uniti, tutti fratelli e tutti italiani. E pensare che Tognotti voleva cedere ai porci slavi la Venezia Giulia.
Vergogna! Vergogna! Vergogna!-
IL RACCONTO DELLA
BISNONNA ORSOLA
La trisavola Orsola raccontava, spesso, ai suoi numerosissimi nipoti, tra cui mia madre Teresa, “La Guerra del ‘60 (1860)”:
“In una livida mattina del ‘60 ci svegliammo, di soprassalto, dal crepitio di spari provenienti da Caiazzo. “Cosa sarà successo?” ci chiedemmo tutti quanti noi della contrada Sparni (gruppetto di case di Cesarano, frazione di Caiazzo), guardandoci spauriti e pieni d’angoscia. Giorni addietro avevamo avuto sentore che delle camicie rosse (garibaldini) avanzavano verso i nostri paesi, saccheggiando e depredando ogni genere di sostentamento. Mio padre, allora, insieme con mio marito, hanno scavato una buca profonda ai piedi dell’AROLONE, (acero secolare che, nel periodo estivo, con il suo fogliame faceva ombra allo stecconato delle mucche) calandoci casse di legno piene delle cose più pregiate. Al sorgere del sole di quel giorno arrivò Simone, porcaro della zona. Costui portava a tracollo, legati con lacci di cuoio, due stivali stracolmi di marenghi d’oro, camuffati da uno strato di crusca. (Dopo alcuni anni questo porcaro comprò terreni e terreni. Niente di nuovo sotto il sole: anche nella guerra ‘40 - ‘45 si muravano alcuni beni mobili di pregiato valore in casse nascoste).
Il Simone, nel trambusto e nel saccheggio della città di Caiazzo, in quel fuggi fuggi generale, riuscì ad arraffare molto oro.
Alla domanda di cosa succedeva a Caiazzo, il porcaro rispose:- “Scappo, scappo, il capitano borbonico ha ceduto il presidio caiatino ai soldati rossi!”-
I morti lungo la discesa Sud di Caiazzo si contavano a centinaia. Al nonno fu ordinato, dalle camicie rosse, di trasportare tutti i cadaveri nelle fosse comuni, sullo stravolo (erpice).
Mio marito visse pochi giorni da quel disastro e poi morì.” -
Se ci si sofferma un attimo a riflettere su ciò che la mia trisavola ha raccontato e che ha veramente vissuto, si comprende quanto bene volessero quella gente ai Re borbonici del Regno delle Due Sicilie.
La spiegazione di tanto amore è facilmente spiegabile. A quei tempi, nessun cittadino delle Due Sicilie pagava le gabelle.
Dopo l’Unità d’Italia, invece, il governo dell’Epoca, per far fronte a tanti problemi, tassò tutti e mise la tassa anche sul sale. (Vedi legge ministro Sella) -
Oggi noi dai libri apprendiamo, purtroppo, una storia completamente diversa dai fatti realmente accaduti.
Allora io non sbaglio se ripeto che la storia è falsata.
Anche se il racconto della mia trisavola può essere considerato mera cronistoria, ci induce a pensare, però, che la storia è sintesi della cronistoria. Ancora oggi, dal 1860, in Italia, quando si vuole denigrare un gruppo di sciancati si dice: “Pare l’esercito e’ Francischiello!” - Ma se entriamo nel Museo di Napoli vediamo delle splendide divise militari dei soldati borbonici, che ci fanno ricredere.
Per avvalorare quanto testé ho precisato, in riferimento all’atto denigratorio del re Francischiello, riporto un analogo accadimento, sconcertante un po’ per ignoranza e un po’ per propaganda pubblicistica.
Una mattina degli anni “50, mi trovai, con alcuni miei amici di Piana, all’incrocio di via Progresso e di via Roma. Al passaggio di un paesano, un giovane gridò: “Sembri proprio un coreano!” volendo dire: “Sei un rozzo e volgare selvaggio!”- Ne seguì uno scroscio di risa sardoniche.
Si avvicinò un nostro paesano (Raffaele Anziano, figlio di zi’ Lorenzo a taverna) vissuto per più di trent’anni in Corea, ove gestiva un negozio di elettrodomestici. (Costui era partito negli anni “20 come mozzo su una nave facendo scalo in tantissimi porti del mondo).
Questi, con sguardo severo e con voce ferma e decisa così ci apostrofò: “Se non vado errato, voi siete professionisti e certi errori paradossali non si addicono alla vostra cultura. Cosa vi hanno insegnato a scuola?
Guardatevi intorno! Cosa vedete? Cartacce e sporcizia ovunque. Un fetore nauseante che fuoriesce dai chiusini delle strade. In Corea, paese civile e progressista, queste brutture non esistono. La Corea (Nord e Sud) è un Paese all’avanguardia della civiltà e del benessere. Non date retta alla propaganda russa o a quella americana, che vi fanno il lavaggio del cervello. Le montagne aurifere della Corea fanno gola e invidia a tanti Paesi ricchi. Ritornate a scuola e imparate bene la storia dei popoli della Terra!”-
Con le code ciondoloni tornammo scornati ai nostri tuguri, riflettendo su ciò che avevamo sentito.
Ecco come si travisa la storia. I vincitori al potere creano sempre zizzanie contro i vinti e quindi i posteri non sapranno mai la verità.
“Più conosco gli uomini e più amo le bestie.”
Questa massima, purtroppo, calza a pennello ai fatti che vado narrando.
“La Foiba di Basovizza”
Questa tremenda voragine non è una foiba naturale, ma il pozzo di una miniera di carbone scavato ai primi del “900 e profondo circa 256 metri.
Nel 1945, questo pozzo si trasformò in un’orrida tomba per migliaia di vittime destinate ad essere precipitate nella voragine di Basovizza.
Lassù arrivavano gli autocarri della morte con il loro carico di disgraziati.
Costoro, con le mani legate dal filo di ferro, venivano sospinti a gruppi verso l’orlo dell’abisso.
Sul fondo, chi non moriva subito dopo un volo di 200 metri, continuava ad agonizzare tra gli spasmi delle ferite riportate nella caduta tra gli spuntoni di roccia.
Molte vittime erano prima spogliate e seviziate.
Chi erano le vittime?
Italiani di ogni estrazione: civili, militari, finanzieri, agenti di polizia e di custodia carceraria, fascisti e antifascisti. Costoro rappresentavano gli oppositori più temuti delle mire espansionistiche di Tito. Furono infoibati anche tedeschi vivi e morti e sloveni anticomunisti e membri del CLN (Comitato di Liberazione Nazionale).
Chi non approvava questa mattanza seguiva la stessa sorte degli altri: veniva subito infoibato. Nessuno è in grado di dire con sicurezza quante furono le vittime nelle foibe. Ufficialmente sarebbero circa 5mila, ma - come è noto - sono elenchi manipolati.
A tale numero di vittime va aggiunto quello delle migliaia di affogati in mare con una pietra legata al collo e, poi, non vanno dimenticati i tanti deportati nei terribili gulag (lagher) jugoslavi, dei quali la maggior parte non fece più ritorno e quei pochi rimasti portano i segni di terribili torture, sevizie e maltrattamenti.
Così il maresciallo comunista Tito voleva ripulire la Venezia Giulia e la Dalmazia, con la complicità dei comunisti partigiani italiani.
Roma sapeva, ma taceva.
Il silenzio è durato più di 50 anni.
Seguono alcuni esempi di fucilazioni e maltrattamenti che avvenivano, nei lagher jugoslavi, spesso per futili motivi: Giuseppe Spano aveva 24 anni. In poco più di un mese aveva perso più di 20kg. Era diventato pelle ed ossa. Il 14 giugno 1945 rubò un pò di burro. Fu subito fucilato al petto per furto. Ferdinando Ricchetta aveva 25 anni ed era paralitico. Il 15 giugno 1945 si avvicinò al reticolato per raccogliere qualche ciuffo d’erba da inghiottire. Fu subito fucilato per tentata fuga.
Pietro Fazzeri aveva 22 anni e molta fame. Ma aveva paura di essere punito e morì per deperimento organico.
Innumerevoli erano le modalità di esecuzione delle vittime ed i metodi di tortura.
Oltre l’infoibamento, c’era l’affogamento in mare, con una pietra legata al collo; altri venivano decapitati e con la testa si improvvisavano partite di pallone; molti subivano la lapidazione; alcuni arsi vivi.
Poi c’erano i terribili sistemi di tortura, come il “palo”, il “triangolo”, la “fossa”.
I governi che si sono succeduti dal dopoguerra fino ad oggi, per codardia, hanno accettato supinamente di sacrificare sull’altare della politica atlantica migliaia di giuliani, istriani, fiumani, dalmati.
Colpevoli solo di essere italiani.
Il colonnello medico Manlio Cace lasciò al figlio Guido copia di un documento contenente inedite testimonianze e agghiaccianti fotografie dei sopravvissuti e un elenco di deceduti nel campo di sterminio jugoslavo di Borovnica.
Il documento è stato poi consegnato alle redazioni del “Borghese” e di “Storia Illustrata”.
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