I macellai dai guanti bianchi e dai galloni sudici
Ricevuto, erroneamente, la prima delle tre cartoline di precetto dal Distretto Militare di Benevento, con mio sommo sbalordimento, il 19 settembre del ‘42, mi presentai all’Ufficio di Leva e dopo un’inutile protesta fui sbattuto, senza una ragione, alla Caserma “Mario Fiore” di S. Maria C.V.- Quivi giunto fui introdotto nel magazzino vestiario. Due militari anziani stesero a terra un lenzuolo di tela e alla rinfusa vi gettarono sopra un pastrano grigio verde, una giacca dello stesso colore, un pantalone a mezze gambe, delle fasce, una camicia, due grosse pezzuole per i piedi(al posto dei calzini), un paio di scarponi chiodati e un fez verdognolo. Nel primo pomeriggio, alla sala d’armi, mi fu consegnato un fucile con la baionetta innestata e delle giberne vuote. Con tutto questo fardello sulle spalle mi recai nella camerata assegnatami e mi preparai il letto sulla branda. Infine, dal sergente della camerata mi si ordinò di recarmi dal barbiere del 1° plotone per tagliarmi i lunghi capelli. I camerati nel guardarmi sogghignavano ed alcuni rivolti al barbiere dicevano: “Conserva bene i riccioli del nuovo arrivato!”. Compresi che tutti portavano i capelli a zero e cercai di corrompere il barbiere, promettendogli 5 lire d’argento. Non ci fu verso, fui rapato come gli altri. Dopo vari tentativi riuscii a indossare gli abiti militari.
Guardandomi poi allo specchio sembravo il MARMITTONE del Corriere dei Piccoli. Per diversi giorni mi prese un tale scoraggiamento ed accoramento da risentirne per parecchio tempo. Nelle successive sere della libera uscita, lungo il Corso della città sammaritana incontravo quasi tutte quelle belle e care compagne di scuola, che non mi degnavano neppure di uno sguardo. Un avvilimento atroce mi rese la vita molto difficile. Maledicevo in cuor mio tutti i responsabili del distretto che non tennero presente il mio certificato di frequenza dell’ultimo anno del Magistrale di Capua, conquistato con sudore. Promosso a giugno, con buoni voti dal 1° al 2° superiore, a settembre dello stesso anno feci il salto al 3° anno, proprio per essere dispensato dal servizio militare, come prescriveva la legge dell’epoca. Ancora oggi nutro, per tutto il male che mi è stato fatto tanto rancore.
A S. Maria C.V. c’era un’altra Caserma, la 1° Ottobre, dove tutti i genieri di leva portavano i capelli alquanto lunghi. Desideroso di cambiare caserma ne parlai con mio padre, che, tramite il colonnello veterinario dr. Gravina, riuscì a farmi trasferire alla 1° Ottobre. Dice un proverbio: “Non cambiare mai la via vecchia per la nuova”. Dalla padella nella brace. Con quel grosso fardello sulle spalle che conteneva tutto il mio corredo civile e militare, attraversai tutto il Corso della città e raggiunsi
Il sergente della camerata D’Amato Antonio mi consigliò di comprare una boccettina di petrolio e spalmarla sulle estremità del lenzuolo e della rastrelliera del castelletto. Compiuta per bene l’operazione, attesi, seduto sul letto, l’arrivo dei carri armati, come in gergo militaresco si solevano chiamare le cimici. La linea di sbarramento, però, si mostrò poco efficace, in quanto molte cimici morivano sulla striscia, altre tornavano indietro e le più coraggiose oltrepassavano la barriera. Io con un pezzetto di cartone le acciaccavo. Lascio immaginare il fetore nauseabondo che si sparse per tutta la camerata. Per punizione fui consegnato a spazzare le latrine. Per non subire quest’altra umiliazione regalai delle monetine ad un mio commilitone che mi spazzò tutte le ritirate. Questa tragedia delle cimici durò soltanto alcuni giorni, poi col sopraggiungere delle notti fredde scomparvero.
Un altro giorno più brutto del primo e non solo per me, ma per tutta la caserma fu il fatidico 28 ottobre del 1942, festa della Marcia su Roma. Ogni domenica, mio padre mi portava all’ora della libera uscita, in bicicletta, un tegamino di maccheroni con un pezzo di salsiccia e un quarto di vino. Nella caserma di quel fatidico giorno si vociferava che ci avrebbero portato un pranzo speciale. All’ora di pranzo diedi la mia gavetta piena ad un camerata, assaggiando un pò solo lo "spezzatino". Quella sera andai al cinema Politeama. Seduto in poltrona mi accinsi a godermi il film e soprattutto a non pensare ai guai che m’erano capitati. Dopo circa un’ora m’accorsi che molti camerati si alzavano e andavano via. Non avevo l’orologio e allora per tema di fare tardi m’avviai verso l’uscita. Sentivo un lieve mal di pancia, ma non mi preoccupai. Lungo il Corso della città e lontano dai lampioni oscurati, notavo a mezza altezza dei lumicini come se fossero tante lucciole in piena estate e poiché eravamo in autunno non sapevo che pesci pigliare. Poi avvicinandomi capii che erano soldati accovacciati per terra e con la sigaretta in bocca facevano i bisogni corporali. Mi stropicciai ben bene gli occhi credendo di avere le traveggole e corsi velocemente verso la caserma per tema che non mi capitasse qualche malanno. Quivi giunto mi trovai in mezzo a soldati in pigiama ed altri con le brache in mano, che correvano in infermeria e alle latrine. Un soldato gridò: “Ci hanno avvelenato. Il cibo era guasto. Le caldaie di rame non erano state stagnate!”.
Molti furono ricoverati in ospedale; alcuni ci rimisero la pelle, altri se la cavarono col tifo. Più tardi, io sottoscritto, stetti ammalato di tifo, pleurite, broncopolmonite e in coma.
Il 6 gennaio del 1943 risuscitai (mi svegliai da quel torpore profondo). L’11 gennaio del’43 fui di nuovo chiamato alle armi, ai sensi della circ. 794 Q.M. 1942 e non giunsi perché malato e ricoverato all’ospedale militare di Caserta (foglio dei CC. di Caiazzo, n° 22/104 del 10/02/1943). Il 10 febbraio del ‘43 rimesso ed inviato a domicilio in licenza di convalescenza di gg. trenta (30), lì 17 marzo/1943. Il congedo mi venne dato nell’anno 1959. Ricapitolando, mi domando ancora oggi, questa nuova circolare sopracitata era valevole solo per il sottoscritto? Gli altri miei coetanei che si trovavano nelle mie stesse, identiche condizioni, perché non furono chiamati? Essi, infatti, prestarono il servizio militare dopo la guerra e dopo l’abilitazione magistrale. Questo accanimento forsennato contro la mia persona mi sconcerta ancora oggi. Potrei fare tante congetture. Tra le tante ne cito una, forse la più plausibile: il rimprovero, se ci fu, ai gallonati distrettuali da parte della Commissione del Tribunale di Guerra di Roma che, dietro mio ricorso, obbligò, perentoriamente, il colonnello del Distretto a lasciarmi, immediatamente, il congedo illimitato provvisorio. Comunque un’altra bruttura si verificò negli anni ‘60 quando chiesi al ministero della Difesa, Ufficio Pensioni, il riconoscimento della malattia per cause di servizio. Mi fu risposto che la malattia l’avevo avuta a casa e quindi non mi spettava alcun riconoscimento militare. Avrei voluto gridare in faccia a quegli sciacalli e deficienti che il batterio del tifo ha come minimo un’incubazione di 40 giorni ed io 40 giorni prima ero militare. E poi c’è la prova assoluta ed inconfutabile dell’avvelenamento dei cibi del 28 ottobre 1943.
Purtroppo in Italia, spesso si ragiona in modo del tutto sbagliato, a causa di certi tapini che stanno ai posti di comando. E tanto per dirne un’altra ancora più strepitosa racconto: nei registri dei vari distretti militari alcuni impiegati scrissero, forse in buona fede: “TIZIO HA PARTECIPATO ALLE OPERAZIONI DI GUERRA....”; altri scrissero “SEMPRONIO HA PRESO PARTE ALLE OPERAZIONI DI GUERRA......”.
Udite, udite! Al Ministero e alla Corte dei Conti si bocciò la dicitura “HA PARTECIPATO” e si riconobbe, invece, la frase “HA PRESO PARTE”.
Si può essere così ignorante e bestiale? Roba da matti! Se è dimostrato che tizio è stato al fronte con la sua compagnia o col suo reggimento, a che serve scervellarsi sulla dicitura, pezzi di ...........!
A questo punto lo spostamento della solita virgola dei sapientoni romani di illo tempore è ancora oggi attualissima: “Ibis et redibis non, morieris in bello!”, oppure “Ibis et redibis, non morieris in bello!” Aveva pienamente ragione Indro Montanelli della sua famosa frase: “Non siamo affidabili neanche nell’inaffidabilità!”
E ritornando al mio caso, mi recai a San Giorgio a Cremano dove erano stati trasferiti tutti i plichi delle due caserme per ottenere il certificato di combattente. Mi fu detto che i giorni effettivi da militare terminavano il 30 maggio del ‘43 e S. Maria C.V. militarmente era diventata zona di combattimento a partire dall’8 settembre del ‘43. E poi venni a sapere che la 2° compagnia a cui io ero appartenuto fu mandata in Grecia e fu tutta decimata. In tutto questo trambusto, però, fui anche fortunato, in quanto, se non mi fossi difeso così strenuamente dinanzi al Tribunale di Guerra di Roma, sarei stato sbattuto, insieme col mio 1° plotone, nel Dodecanneso e avrei fatto sicuramente la stessa fine orribile del mio 10° Reggimento Genio.
Se si legge il mio foglio matricolare, a primo acchito, si ha l’impressione che io abbia fatto nella Guerra ‘40- ‘45 tutte le campagne di guerra: Africa, Grecia, Albania, Dodecanneso, Russia, Rodi.........; ma quando si legge alla fine tutte le diciture riportate nel foglio, si rimane deluso e non ci si raccapezza più. Ci sono delle date e degli avvenimenti discordanti. In totale i mesi di effettivo servizio, compreso ospedale militare, dal 19 settembre ‘42 al 30 maggio ‘43 sono quasi nove. Ma la cosa che più stupisce è che tra chiamate e rinvii a bizzeffe, alla fine non ci si raccapezza più. Questi scribacchini gallonati e non, a quei tempi, si sgomitavano a vicenda e scrivevano nei registri fesserie su fesserie. Basta considerare il ridicolo giudizio e scervellamento di questi pupazzi, assurti per raccomandazioni a posti di comando e dai galloni appiccicati da parenti e amici condiscendenti, per rendersi conto dell’andazzo di quei tempi. Per saperne un pò di più su questi poveri martiri, molto spesso anonimi, caricati come bestie su delle carrette del mare e mandati deliberatamente a morire e poi volutamente ignorati e dimenticati, basta collegarsi al sito del Dodecaneso (elenco dei caduti italiani in Egeo) http://www.dodecaneso.org/CADUTI.htm o a quello di Controstoria http://www.controstoria.it/, oppure al sito di Montescaglioso http://www.montescaglioso.net/node/388 per “La storia di Alfonso Ditaranto", nato a Montescaglioso, il 07/10/1920.
Per favore, non dimentichiamoli.
Per quanto riguarda altri particolari sul mio caso specifico, basta cliccare sulla pagina del mio sito “Dal Volturno al Garigliano” e leggere i paragrafi “Curriculum Vitae” e soprattutto “Una delle tante disavventure militari”.
Inoltre, sarei molto grato a chi mi potesse dare qualche notizia del sottotenente Lattarulo Giorgio e del sergente D'Amato Antonio, che nell'ottobre del '42 militarono col sottoscritto nella Caserma 1° Ottobre a S. Maria C.V.-
(Vedi nella pagina del mio sito: Valori italiani-Gallery foto n° 44 e n° 45; 1° Plotone; fronte/retro)
PS: Un servizio militare non dovuto. Il Ministero della Guerra dell'epoca riconobbe l'errore commesso dal Distretto militare di Benevento ed ordinò l'immediato esonero.
Le conseguenze furono disastrose (tifo, paratifo, bronco-polmonite, pleurite): giorni 15 in coma, giorni 40 nell'ospedale militare di Caserta.
Ricorsi ai vari organi ministeriali, Corte dei Conti, ecc., ecc.-
Nessun riconoscimento. Vigliacchi!-
Mattia Cammarota
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