Wednesday, 28 November 2007

L’origine e l’espansione del BUSINESS

“The top 200 universities in 2007”

Il Business è antico quando il mondo. Col tempo si è rafforzato, raffinato e tutt’ora praticato, espandendosi in tutti i settori pubblici e privati fino a diventare una vera piaga universale, un benessere-malessere per tutta l’umanità.

La nazione che maggiormente pratica il Business è l’America, alias USA. Non mi si fraintenda. Con quest’affermazione voglio asserire che mentre negli USA il lavoratore viene accuratamente selezionato e pagato in base alla resa del suo operato, in Europa e soprattutto in Italia il cittadino, che esplica un’attività produttiva in qualsiasi settore pubblico o privato, viene pagato non in base a ciò che rende, bensì al posto che occupa.

In parole povere viene premiato il titolo, non ciò che egli produce.

Nel dopoguerra, in Italia, si è cercato di applicare le stesse regole e la stessa metodologia americana, cioè io datore di lavoro ti pago in base a ciò che tu mi rendi, ma è stato un fallimento totale.

Qui, da noi, “O rendi o non rendi”, ricevi sempre la stessa paga, lo stesso salario, lo stesso stipendio di colui che merita, sgobba, suda e rende.

Negli anni ’50 gli USA vollero rendere la Scuola più libera, meno rigida e selettiva, eliminando quella ferrea disciplina che sembrava troppo drastica e severa. Però, dopo brevissimo tempo, si accorsero che la resa di quei giovani bravi, preparati ed idonei al miglioramento della produzione diminuiva parecchio e allora ritornarono subito ai vecchi sistemi selettivi.

In Italia per abbattere il Sistema Gentile che aveva dominato tutto il ventennio fascista si rese la Scuola libera e scevra da qualsiasi controllo.

Tutti a scuola! Tutti promossi: “Asini, Muli e Conducenti!”-

Per incrementare la Scuola Media si obbligarono i maestri a promuovere anche i banchi. Dal Ministero, dai provveditorati agli Studi nuove leggi, nuove circolari, nuovi decreti, nuove disposizioni, nuovi programmi, nuove metodologie, tutte basate sulla libertà più assoluta di adottare libere metodologie, anche quelle “ad capocchiam”, ma tutte orientate verso un unico scopo ben preciso: quello di portare avanti anche i ciucci, eliminando completamente qualunque metodo selettivo.

L’importante era, come lo è tuttora, l’obbligo di promuovere proprio tutti.

Nel circolo didattico di C…… fungeva a quei tempi un emerito dirigente, assurto a quel posto per opera della politica piedimontese e del fratello preside illustre.

A quei tempi in una Scuola pianese, la maestra, sofferente di cuore, fu costretta a chiedere il congedo e in quella classe di V elementare, si susseguirono diverse maestre. Alla fine, si trasferì dal Nord Italia una brava maestra titolare che chiese ed ottenne la cattedra in quella Scuola. Come era naturale trovò gli alunni in uno stato pietoso di apprendimento e, per quanti sforzi facesse, fu costretta a bocciarne circa una decina su sessanta.

Non l’avesse mai fatto. Il fantomatico direttore andò su tutte le furie: “Maestra! Avrei preferito che mi avesse promosso anche i banchi!” e le abbassò la qualifica da ottimo a distinto.

E già, lui l’animella doveva fare bella figura con i superiori.

Da questo fatterello si può facilmente dedurre in che stato pietoso cadde, senza più rialzarsi, la Scuola Italiana.

Quando negli anni ’70 venne a trovarmi dagli Stati Uniti mio cugino Arturo Sparano, professore di lettere a Schenectady (NY), mi disse: “Caro cugino, noi in America, non prendiamo lo stipendio mensile come voi, ma veniamo pagati in base a ciò che rendiamo e in base alle ore di lavoro!”-

Alla domanda sul funzionamento della Scuola americana, lui candidamente rispose: “Il fanciullo che varca per la prima volta la soglia della scuola attraversa, insieme con altri suoi coetanei, diversi laboratori: sala musicale, sala di carpenteria, di atletica, di meccanica e così via. Il professore, dopo un certo tempo, traccia la tendenza del ragazzo, cioè se questi è portato per le lettere, per la matematica, per la chimica, per la fisica, per la musica, ecc., ecc. e alla fine si traccia il profilo finale dell’allievo e lo si avvia verso ciò che gli è più congeniale!”-

Ancora oggi questo metodo selettivo viene applicato negli USA. In Italia, invece, si manda a scuola la mandria intera: “Asini, Muli e Conducenti”. Il risultato è un caos generale. I poveri professori sono costretti, loro malgrado, a fare di tutta un’erba un fascio. Comunque, di studenti bravi in Italia, anche oggi, ce ne sono tanti. Il guaio però è che nella mente di costoro si forma un chiodo fisso che li perseguita ed è quello di trovare un buon “santo protettore” per ottenere, dopo gli studi, un lavoro. La piaga della raccomandazione non è soltanto di oggi, ma risale a tanti anni fa.

 E ripeto, ancora una volta, la breve ma significativa risposta, di tanti anni fa, del Presidente della Fiat Agnelli al ministro della Pubblica Istruzione. Il ministro rivolto all’uditorio con voce sicura terminò il suo lungo discorso col dire che dalle nostre università escono insigni ingegneri. La risposta dell’avv. Agnelli fu perentoria e secca: "Signora, io non so che farmene dei suoi teorici ingegneri. Io gli ingegneri tecnici me li preparo nelle mie fabbriche!"-   

Per avvalorare quanto ho precisato in queste mie pagine, riporto una breve sintesi della classifica 2007 delle 200 migliori università mondiali. Ai primi posti appaiono ormai ben salde da diversi anni solo università inglesi e americane: Harvard, Cambridge, Yale, Oxford, IC London, Princeton, California I. of T., Chicago, UCL London, Massachusetts I. of T., Columbia, ecc., ecc.; bisogna poi scendere al 26° posto per trovare la prima delle università europee con l’ENS Paris.

Noi italiani solo quest’anno siamo riusciti ad entrare nelle prime 200, con Bologna al 173° e Roma al 183, ma solo per materie classiche e non tecnologiche.

Insomma, un’altra figuraccia per una nazione che vanta un passato ricco di cultura ed uomini illustri.

E ripeto nuovamente la risposta del re Ferdinando di Borbone ai napoletani in Piazza Plebiscito: “Uagliù! Vulit essere buffun? Buffun e fess, ve sia cunciess!”-

E tutto finisce sempre a tarallucci e vino: “Fest, farin e furn!”-

___oOo___