“Sua Eminenza e il Presidente ignorante”

Nell'anteguerra a Capua c'erano due soli Istituti: il Magistrale e l'Avviamento Professionale. Al primo si poteva accedere solo dopo aver superato gli esami d'ammissione; all'altro invece bastava presentare il certificato di V elementare.

Il treno della Napoli - Piedimonte faceva sosta in una stazioncina a mezza strada ferrata, tra la stazione di S. Angelo in Formis e quella di S. Maria Capua Vetere. Questa stazione chiamata “Biforcazione” serviva allo scambio delle vetture provenienti da Piedimonte Matese e quelle provenienti da Capua. La locomotiva a vapore lasciava la carrozza per Napoli e su una pedana girevole veniva invertita. Il locomotore elettrico proveniente da Capua agganciava la vettura proveniente da Piedimonte Matese e proseguiva per Napoli. I viaggiatori per Capua si trattenevano alla “Biforcazione” in attesa del treno elettrico al ritorno da Napoli. Quivi la vettura per Piedimonte veniva agganciata alla locomotiva a vapore, mentre i viaggiatori fermi alla “Biforcazione” salivano sulla vettura per Capua. Quest'attesa durava circa un'ora e mezzo. Ed era proprio in questa stazioncina di campagna che si faceva conoscenza con tutti gli studenti provenienti dai vari paesi del Basso ed Alto Volturno. Ed è proprio qui che feci conoscenza con un certo Palmieri, originario di Dragoni, che frequentava l'Avviamento Professionale. Poi, dopo un paio d'anni, seppi che era stato bocciato.

Dall'anteguerra passiamo agli anni “50.

La maestra sig.na Ferrara mi chiese di sostituirla nella Commissione dell'Azione Cattolica per motivi di salute. Il giorno della riunione mi recai presso il Vescovado per essere ricevuto da S.E.. Sugli scalini della Cattedrale incontrai tutti i componenti dell'Azione Cattolica. Tutti insegnanti di Ruolo. Ad un tratto si avvicinò questo Palmieri e con tono autorevole mi disse: - “Tu sei Mattia?” - “Sì, sono io!” - “Dove insegni?” - “No, io sono fuori ruolo!” - “Mamma mia, ancora fuori ruolo!” e si allontanò.

Io credevo che lui avesse accompagnato qualche parente. Però, incuriosito, m'avvicinai all'insegnante Raffaele Castellano e gli dissi: - “Ma costui è insegnante?” - “Sì, lui è il nostro Presidente.” - “E come ha fatto a diventare maestro?”-

“Lui faceva il carrettiere. Vendette tutto e trasformò la stalla in un circolo della D.C. - Io gli passavo i manifesti e lui, appoggiato dal Vassallo, fece gli esami di maestro (il solito colloquio) e poi il concorso ecc. ecc.” - Volevo sparire, ma la storia non finisce qui. Quando entrammo nel salone vescovile, lui, (il presidente), si sedette sulla poltrona tra il Vescovo e il segretario di Sua Eccellenza.

Il Vescovo mi additò e forse chiese al Presidente ch'io fossi. Volevo veramente sparire!

La guerra non porta soltanto morte e distruzione, ma anche avvilimento, disperazione e spregiudicatezza in tutti i campi. Quanta, ma quanta “cacca” è schizzata in alto, coprendo e sbrodolando la cultura, l'onestà e la dignità umana.

Che ne dite? - E' sconvolgente!!!

La guerra annulla tutti i valori umani, calpestandoli e distruggendoli. 

“SCURNAMMECE!”

Beppe si reca in un collegio aversano per avere notizie di suo figlio studente. Il Preside, che è un prete, si lamenta che il ragazzo si rifiuta di servire la S. Messa. Al colloquio, Beppe rimprovera aspramente il figlio Paolo, che si giustifica così:-  “Papà, tutte le volte che si celebra la S. Messa a tre preti, al momento della genuflessione, i celebranti s’inchinano appoggiando le mani sull’altrui spalle e mormorano:- “Scurnammece!”-

A me viene da ridere e per questi motivi mi rifiuto di servire la S. Messa.” -

Padre e figlio lasciano definitivamente l’istituto per non mettervi mai più piede. 

IL PRETE SCANDALIZZATO

Un giorno di tanti, tantissimi anni fa, passeggiavo in piazza Chiesa insieme col parroco Fois e alcuni giovani studenti. Ognuno raccontava la propria barzelletta, alquanto piccante, compreso il parroco. Io veramente, quella sera, non avevo nessuna voglia di raccontare barzellette, ma sollecitato dal parroco che, ironicamente, si meravigliava che un insegnante non sapesse raccontare barzellette, dissi:-

“Premetto: ogni riferimento è puramente casuale. Morì un cristiano e la sua anima volò in cielo. Al cancello del Paradiso, S. Pietro esclamò:- “Tu qui non puoi entrare, perché non hai ancora fatto i sacramenti. Torna sulla Terra!”- Al ritorno, il poveraccio incontrò il Divin maestro, al quale raccontò l’accaduto. Allora il Signore disse:- “Vieni con me!”- Giunti davanti al Paradiso, S. Pietro, molto sconcertato, aggiunse:-

“Io  non accetto raccomandazioni da nessuno!”-

Ma il Signore esclamò:- “Anziché fargli fare tanta strada, fai uscire, per un attimo, un prete, che gli dà i dovuti sacramenti e poi insieme entrano in Paradiso.” -

A questo punto S. Pietro, alquanto turbato, sbottò:- “Signore, da quando tu mi hai consegnato queste chiavi, qui non è mai entrato un prete!” -

Il parroco Fois scattò di botto e avviandosi verso la casa canonica borbottò:- “Scostumati!” ed io aggiunsi:- “........... e anche faccia tosta!” -

- AH! AH! AH! - 

COME FUNZIONAVANO GLI UFFICI DI UNA VOLTA

Negli anni “35 - “40 mio padre comprò, da sua zia Pasqualina, una striscia di giardino di circa are una. Alcuni mesi dopo mi disse:- “Vai all’Ufficio del Registro e informati dell’aumento e valore su 100 metri quadrati di giardino. Io ero alquanto restio, ma lui, mio padre, insisté e, anche se a malincuore, mi recai all’Ufficio delle Imposte Dirette. L’addetto era un certo Antoine, considerato il factotum dell’Ufficio. Il procuratore veniva archiviato (non interpellato). Quando entrai nell’ufficio, mi si parò davanti questa scena: ad un grosso tavolo sedeva Antoine, uomo grasso e grosso, dal viso burbero ed arrogante. Nei pressi del tavolo c’erano due ometti sparuti col cappello in mano; nell’angolo della stanza, sdraiata su una grossa panca c’era una signora vestita in nero dall’aspetto nobile. Ad un tratto, uno dei due compari, con voce fievole esclamò:- “Perché il mio compare deve pagare meno di me?” - “E perché ........ e perché ........ a te non si può fare!” bofonchiò tutto d’un fiato Antoine e poi rivolto a me aggiunse:- “Voi avete capito? Certamente sì! A lui glielo dovete cibare col cucchiaino!” - Poi, dopo una pausa gridò:- “Il tuo compare mi ha portato due polli! Hai capito?” - Il compare diede uno sguardo ammonitore al suo vicino e con un sospiro di sollievo esclamò:- “Antoine, vi porterò anch’io due polli.” - Non l’avesse mai detto: con un balzo felino, Antoine scattò in piedi, scostò il tavolo che scricchiolò e traballò e poi, con cipiglio, gridò:- “Che fa! ..... Tu mi devi portare due bastardi (due capponi). Una mocciosa mi portò due pulcini, che mia moglie mise sotto la chioccia! E’ inutile, ce lo dovete spiegare proprio cu’ cucchiariello!” - 

 IL PEZZO DI LARDO

Nel vendere la proprietà del mio amico Stifì, si dovette pagare la tassa di successione del padre. Stifì mi disse:- “Compragli un capretto!” - Un giorno, io ed un mio amico ci recammo a Vergassola. Antoine stava in un bar a sorseggiare un caffè. Gli raccontai il fatto e gli promisi che, all’atto compiuto, gli avrei portato un capretto. Antoine, battendo i polpastrelli sul tondino e con un sorrisetto malizioso, disse:- “Come siete ingenuo! Voi siete istruito, ma non avete capito niente.” - Io, per portare in porto la tassa di successione del Cimino, devo contattare quel mio superiore di Vergassola e ungere la ruota. Io non capii, ma il mio amico Guido esclamò:- “Mattia, ci vuole anche un pezzo di lardo!”- Accettai la proposta, però col proposito di non dargli un bel niente, ma Antoine, vecchio volpone, intuì ed esclamò:- “Sentite questa: Un giorno venne da me un mio compaesano, che aveva comprato un grosso pezzo di terreno e mi disse:- “Antoine, se mi favorite, vi porterò un maiale da ingrasso.” - L’accontentai subito, ma un paio di mesi dopo si presentò a casa mia la moglie di costui. La donna era avvolta in uno scialle nero. Io le dissi:

-“E’ muorto u’ puorco! E’ così?” -

-“Sì! Purtroppo! E’ muorto!” -

Un anno dopo, questo mascalzone comprò altro terreno e venne da me. Io lo accolsi con indifferenza e disinvoltura e lui tutto giulivo esclamò:- “Don Anto’, vi sto seccando un paio di chili di formaggio.”- Ed io:-

“Che fa! Tu me purtà dui voia (due buoi)!” -

Quelle parole si riferivano a me, come per dire:- “Se tu non mi porterai ciò che m’hai promesso, ti spellerò la prossima volta.”  

DON AUGUSTO E DON ANTOINE

Una mattina, molto presto, don Augusto, Ufficiale dell’Anagrafe, ed un suo paesano, si recarono a casa di don Antoine. Da premettere che il paesano aveva già regalato dei polli a don Augusto “Totò!” disse don Augusto: “cerca di accontentare il mio parente!” - Don Antoine, dal verone della sua finestra, gridò:-

“Augu’, te futtut u’ pullastr e a me mo’ ra’ e penn?

Va a farti fottere, tu e il tuo amico!” e sbatté la finestra.

Ecco come funzionavano alcuni uffici periferici della nostra cara Italia.

Anche oggi, purtroppo, succede lo stesso: con la differenza che oggi il baratto si fa con i milioni o miliardi, mentre un tempo si barattava pollame, prosciutto, uova, formaggio, in cambio di qualche favore. 

IL PERSEGUITATO

E I LOSCHI FIGURI

“A MO’ D’ESEMPIO...........”

TUONI, FULMINI E TEMPORALE

A CIEL SERENO!

A proposito del maestro-direttore Pasquale Sbottone, mi sovviene alla mente un’altra delle sue cazzate.

 Piovendoci addosso, (a noi maestri), quest’altra monnezza, dovemmo purtroppo sopportarla con amara rassegnazione.

Le teste di legno fan sempre fracasso. Pasquale, conscio della sua ignoranza, venutosi a trovare in mezzo ad una classe d’insegnanti vincitori di concorso o in procinto di superamento, cercava di darsi un’aria di rodomonte per non far brutta figura. Questa sua inferiorità gli faceva inasprire l’animo e ottenebrare la mente, rendendolo agli occhi del corpo insegnante ridicolo e cafone. Egli nutriva astio soprattutto per l’allora insegnante Ernesto Mastroianni, divenuto poi direttore per concorso e non per assegnazione provvisoria come Pasquale. Fu tale l’acredine di costui contro il Mastroianni che, apertamente, nelle elezioni amministrative, appoggiò la lista della D.C. locale, contro la lista civica “La Stella”, il cui capolista era l’insegnante Ernesto Mastroianni.

A quei tempi, io insegnavo in una scuola popolare, nella contrada “La Fagianeria”. Ebbi la visita di questo buffone per ben due volte.

La prima volta, considerandomi della D.C., mi elogiò davanti a tutta la scolaresca; la seconda volta, avendo appreso ch’ero per la lista “Stella”, diede un calcione al braciere facendo spargere la cenere e la brace anche sotto i banchi. Non contento, prese il registro di classe e tenendo la matita rossa e blu tra le dita, cercò il pelo nell’uovo. Ad un tratto, con arroganza gridò:-“A mo’ d’esempio! E che significa? Uagliò, tu devi scrivere in italiano!”- Stava per cancellare la frase, quando io, sdegnato, gli afferrai il braccio esclamando:-“Direttore, anche Manzoni usa nei “Promessi Sposi” l’intercalare “A mo’ d’esempio”, perciò non le permetto......!”- Apriti cielo: “Tuoni, fulmini e temporale.....” - Si alzò di scatto e con furia gridò: “Ci vedremo in Direzione!” - A giugno, quel mascalzone mi inviò la circolare d’esame con i nomi della commissione, il giorno e l’ora. Alla sera del giorno d’esame, inforcai la mia famosa Wolsit e mi avviai verso La Fagianeria. Lungo la strada mi raggiunse il presidente, insegnante Vincenzo Rodomonte, segretario della D.C. - Gli esami, presieduti dal presidente e da due componenti locali, si svolsero regolarmente e gli elaborati furono inviati, insieme con il registro di classe, in direzione. Sull’imbrunire di due giorni dopo, fui avvicinato da due miei alunni Mario Tabacco e Domenico Cusano, i quali trafelati e impauriti mi dissero che il direttore era venuto a scuola in Fagianeria per presiedere agli esami e non trovando nessuno era andato in escandescenze. I due alunni mi trainarono fino a Caiazzo con le loro bici. La segretaria sig.na Cervo mi precisò che il direttore m’aspettava nella bettola di Zi’ Mariannina, ove lui soleva cenare insieme con un maestro siciliano. Mi accolse con parolacce, che non sto qui a raccontare. Lascio immaginare.

Fu una PERSECUZIONE vera e propria.

Non valsero a nulla le mie giustificazioni sacrosante. Nella circolare non veniva affatto menzionata la sua presenza. La commissione d’esame era al completo e gli esami s’erano svolti col crisma della legalità. Il complotto era stato ordito a puntino tra i loschi figuri pianesi della D.C. e Pasquale Sbottone, il mascalzone villano.

Se tu lettore pensi ad una certa acredine da parte mia, allora ti racconterò altre cazzate di questo emerito sbruffone. L’anno dopo, nel mese di aprile - maggio, fummo chiamati io e la signorina Elena dall’ Hidalgo per ritirare gli attrezzi per i nostri alunni delle scuole popolari. Gli attrezzi consistevano in paglie a larghe falde, occhiali da motociclista e nientemeno guanti di canne. C’è da sbudellarsi dalle risate. Immaginare un agricoltore che così conciato, come un pagliaccio, si accinga, con la falce a mietere il grano. Anche allora, questa nostra Italia era governata da ministri ed alti funzionari imbecilli e truffaldini.

E vengo al dunque: Pasquale, il direttore fasullo, prese una ventina di paglie e le calò sulla testa della maestra, facendo, nello stesso tempo, scivolare le mani .......... -

L’onesta e rinomata maestra, arrossendo arretrò, mentre il cornutaccio, di sottecchi, mi guardò con un risolino beffardo volendomi probabilmente far capire che lui era un don Giovanni e non un cerbero. Io, però, come tanti altri, sapevo che la sua cara consorte se l’intendeva con un capo delle F.S. -

A Villa S. Croce cercò, quel villano, sempre per invidia, data la sua ignoranza, di mettere in croce il bravo e quotato maestro Mastroianni. Ebbe, questo dirigente presuntuoso, la spudoratezza, non solo di abbassargli la qualifica, ma di distruggerlo moralmente. Indirettamente, tramite un maestro invalido di guerra, gli fece pervenire l’invito a cercare un altro Circolo Didattico, pena la sospensione..... -

Merda, merda, merda .......... quanta cacca ci piovve addosso in quei tristi anni!

Per buona fortuna arrivarono i veri direttori, cioè, non i raccomandati, ma i vincitori di concorso e il pagliaccio, don Pasquale, dovette con la coda ciondolona e la testa bassa smammare. -

Il corpo insegnante del Circolo di Vergassola incominciò a respirare aria pulita.

A pagina 12 del libro di Roberto Gervaso  Italiani pecore anarchiche” si legge:- In quale altro Paese si paga per sapere quanto si deve pagare? -

Viviamo continuamente nel terrore di una cartella pazza, di un arbitrario accertamento ultimativo.”

E’ diventata, ormai, una vera psicosi collettiva, malgrado le promesse di presunte riduzioni delle tasse. Purtroppo, ogni anno è sempre peggio.

Oltre a Socrate, Platone, Aristotele, Tito Livio, Ovidio, Orazio, Seneca, Petrarca, Leopardi, Dante, Carducci, ecc., ripeto, si dovrebbero anche consultare i testi di scrittori recenti come Pirina, Pansa, Stella, Montanelli, Fallaci, De Crescenzo, Roberto Gervaso, ecc., per avere una più completa acculturazione di tutte quelle vicende storiche tenute, troppo a lungo, nascoste.

“Riflessioni Personali”

Quando i Generali Alleati della Guerra “40 - “45 si lamentavano del nostro scarso appoggio contro i tedeschi, avevano, a mio modesto parere, ragione. E vediamo il perché.

I Comunisti croati e taliaschi si scagliarono contro le brigate X Mas (Decima Mas), Osoppo, Garibaldi, ecc. e contro gli affiliati della Repubblica di Salò e della C.S.I. (Comitato socialista italiano), provocando disordini e la morte di circa 17mila persone. Se, invece, tutti insieme si fossero messi d'accordo, avrebbero potuto bloccare sul Brennero tutte le truppe tedesche che, dopo l'8 settembre, attraversarono il Passo senza trovare alcuna resistenza. L'Italia sarebbe stata liberata subito dagli Alleati e si sarebbero potuto evitare molte sanguinose battaglie e molte stragi. E' un accadimento che, purtroppo, in Italia si ripete sempre. Andiamo un pò indietro nella Storia.

Nel Medio Evo, se le 4 Repubbliche Marinare: Genova, Pisa, Amalfi e Venezia non si fossero combattute tra di loro, l'Unità d'Italia si sarebbe formata subito e non dopo tanti secoli. Ecco perché quando gli stranieri ci bocciano, noi stupidamente, senza tener conto dei nostri errori, ci risentiamo.

I polli di Renzo sono sempre attuali. Badoglio fu, secondo me, un imbelle, perché non sapeva se accettare l'armistizio incondizionato o unirsi ai tedeschi. Bastava chiedere al Re Vittorio Emanuele 3° di riorganizzare l'esercito. Tanti guai non ci sarebbero stati.

L'animella accettò l'armistizio e poi fuggì come un coniglio insieme con l’ex Imperato d’ETIPO, imbarcandosi a Brindisi. Un padre che abbandona la famiglia e fugge portando con sé tutta la sua collezione di francobolli, è da compiangere.

Che vigliacchi!!! - Che Codardi!!! 

“Commentatore e Mattiuccio”

Uscito frastornato e semidistrutto moralmente dalla Guerra, mi tuffai anima e corpo nell'insegnamento privato. Il guadagno era, però, piuttosto modesto. Bisognava trovare altri ingaggi di lavoro. L'occasione si presentò presto.

 In Piazza Portavetere, a Caiazzo, incontrai il Commentatore don Raffaello, presidente provinciale della D. C. e mio collega. Collega per modo di dire. Lui era il Commentatore, io “Mattiuccio”. Don Raffaello mi propose di fare il presidente pianese degli Attivisti della D. C. - Io, pur non essendo neppure simpatizzante di quel partito, per ragioni economiche accettai.

Il Commentatore, ogni tanto, mi inviava fascicoli di pubblicità e mia madre regalava un boccione di vino e un chilo di farina a Luigi Romano, spazzino del Comune di Vergassola, per attaccare i manifesti. Dopo diversi mesi don Raffaello mi disse: - “Mio cugino, ti ha dato la busta dei soldi?” - “No, io non ho ricevuto un bel niente!” - “Fatteli dare, sono soldi tuoi!”. Mi recai dal politicone, ma questi, con quella faccia di bronzo, si scusò dicendo che li aveva dati al parroco Fois. Tornato a casa, il postino mi consegnò la lettera della nomina a Presidente. Dalla rabbia la strappai.

Mia madre, senza dirmi niente, prese i pezzi della lettera e si recò da Fois., il quale giustamente disse: - “Dovete rivolgervi all'ingegnere e non a me!” -

Mia madre, al ritorno, si recò dal politicone allora in carica, il quale stava pranzando insieme con sua madre e sua sorella.

Al rimprovero di mia madre, la mamma sua rispose: “Pasquale, anche oggi che è il tuo onomastico ti devi disturbare!” -

Al che mia madre si risentì e rispose: - “Signò, come cuoce a voi vostro figlio, così cuoce anche a me mio figlio!”, e sbatté la porta andando via.

“Don Pernacchio”

Nei pressi della caffetteria di Salvatore Senese, spesso si raggruppavano alcuni clienti e tra una partita a carte e l'altra, si chiacchierava. Ogni qual volta passava in auto il politicone, un certo Totonno, il pasticciere, si toglieva il berretto e inchinandosi diceva: - “Don Pernacchio!” -

Un giorno mi trovai, insieme col collega Fussichen, nello studio del medico. Il collega disse: - “Dottò, non rispondete al saluto di Totonno, ò pasticciere, perché lui vi chiama Don Pernacchio” - Il medico incassò il colpo senza aggiungere verbo. Due o tre sere dopo, il politicone fermò la macchina nella Piazzetta della Libertà e a piedi si avvicinò a Totonno. Io pensai che ci sarebbe stato un battibecco. Niente di tutto ciò. Il politico, dopo aver chiesto permesso ai presenti, si abboccò con il pasticciere e, per più di mezz'ora, passeggiarono avanti e indietro, come due amici di vecchia data.

Un mese dopo, nello studio del medico arrivò Teresa, la figlia di Totonno, con due borse piene. Donna Rumma, sorella del politicone, la introdusse subito nello studio, scavalcando gli altri clienti, compreso me. Con una fava il politicone prese due piccioni: si accaparrò il cliente e i voti.

A questo punto, mi sovvenne allora e mi sovviene ancora oggi la frase di mio padre: - La politica si serve di uomini dalla doppia faccia!”- 

“Il Viso d'Occasione”

Negli anni in cui ero in amministrazione presentai alla Commissione Sanitaria Provinciale la domanda per essere riconosciuto invalido civile.

La motivazione era una vecchia osteomielite nella tibia della gamba destra. Mi rivolsi al politicone, amico e collega del presidente della Commissione dott. Carola. Il giorno convenuto ci recammo, insieme con suo fratello Raffaello, allo studio del medico provinciale. Com'era loro abitudine, io rimasi in anticamera come il cagnolino a guardia della porta, mentre loro due si trattennero nello studio di Carola per circa un'ora.

 All'uscita il politicone con un viso d'occasione spalancò le braccia e con aria contrita esclamò: - “Purtroppo ti ha dato 15 punti. Però tra una ventina di giorni potremo presentare la domanda di aggravamento.” “Ma che dici?” borbottò il fratello: - “Carola ha detto fra due anni!” - “Andiamo! Andiamo via!....” sollecitò il politicone scornato.

E mi sovvenne e mi sovviene tuttora la frase di mio padre: - “...la politica si serve di persone ambigue. Tu non fai parte di quella feccia.” -  

“A Ricann”

I pianesi sono sempre stati, specialmente nel passato, gente buona, semplice e rispettosa, forse troppo rispettosa. Ogni forestiero che s'è stabilito in questo paese ha usufruito del don: don Antonio ( u’ chianchier, macellaio); don Armando (u’ cassusar); don Antonio Largo (u’ causaiuol); don Mariotto (u’ daziario); Onnachille (u’ cabellota); ecc. ecc. -

A volte, questi individui confondevano il rispetto col servilismo, e ne approfittavano, diventando prepotenti e nello stesso tempo ridicoli. E per avvalorare quanto testé ho detto, cito qualche fatterello accaduto sotto gli occhi di testimoni.

Onnachille, detto anche col nomignolo “a ricann” (fucile a doppia canna), aveva acquisito un atteggiamento spavaldo e presuntuoso, che dava fastidio a molti cittadini pianesi. Un giorno don Achille entrò nella cantina di Zi' Ciccillo (ù piattar), sita in via Masseria Corta, per contestargli una contravvenzione. Zi' Ciccillo, uomo di mondo, incominciò ad osannarlo: - “O che bella moglie che avete! Che bei Figli! Che famiglia educata, e anche voi siete un bell'uomo! Vulissv’ fa nu bicchier e vin?” e don Achille di rimando: - “Zi' Ci', voi mi dovete pagare questa bolletta! Bando alle chiacchiere!” - Alla fine, purtroppo, Zi’ Ciccillo fu costretto a pagare. Don Achille intascò i soldi e uscì dalla porta che mena sulla strada provinciale, ma nel passare davanti all'altra porta che s'affaccia sulla strada Masseria Corta, sentì queste parole: -Chillu fetent, chillu scurnacchiat, che u pozzn accir.......” -

Don Achille entrò di botto e con voce tonante esclamò: - “Zi’ Ciccì, voi a chi vi riferite?” - “Chi? Io?

A nu fetent immerd, ch'è sciut mo' mo' a cà!” -

“Dirigenti incapaci”

La scuola funzionava benissimo quando c'era la qualifica, cioè quando si permetteva ai superiori di controllare direttamente lo stato di apprendimento delle scolaresche. Quando tutto ciò è stato vietato la scuola ha subìto un grosso scossone e si è avuto un calo repentino di acculturazione. Oggi possiamo certamente affermare che la scuola è diventata un vero parcheggio. A giustificare quanto testé ho affermato cercherò, con dati di fatto, di spiegarlo.

Nell'anteguerra l'obbligo scolastico era fino alla V elementare. Nel dopoguerra l'obbligo scolastico è stato portato fino al terzo anno della scuola media. Il ministro della Pubblica Istruzione, nell'attesa che si espletassero i concorsi direttivi, diede ordine ai Provveditori agli Studi, di sopperire nelle varie Direzioni Scoperte, con maestri di scuola elementare. Altra “cacca” salì in cattedra.

Nel Circolo Didattico di Caiazzo, fu nominata direttrice didattica la maestra sig.na donna Petronia, il cui fratello era sottosegretario alla Pubblica Istruzione. Brava maestra, ma pessima dirigente. Infatti, costei obbligò tutti noi maestri fuori ruolo, che insegnavamo in scuole popolari, a sostenere gli esami finali nella prima quindicina di maggio. Di conseguenza, nessuno di noi raggiunse i sei mesi effettivi, sufficienti per avere la valutazione di un intero anno scolastico, come prescriveva la legge. E quell'anno ci venne valutato in decimi, con conseguenze deleterie nei concorsi. Bisogna tener presente che allora le nomine nelle scuole popolari venivano fatte alla fine di dicembre e inizio gennaio dell'anno successivo. Poi venne nominata direttrice didattica la sig.na Fulvia il cui fratello era anche lui un alto funzionario della Pubblica Istruzione. Costei, appena si presentò nel Circolo di Caiazzo, tenne questo discorso: - “Non ammetto, per nessuna ragione, che l'inferiore porga per primo la mano al superiore. E' sempre il superiore, se vuole, a tendere la mano all'inferiore.” Poi, continuando sullo stesso tono, prese un'altra gaffa: - “Io ho avuto un'educazione prettamente parisienne e impongo che mi si dia del lei.” Il lei in francese non esiste. Basta questa presentazione così effimera, da capire quanta “cacca” salì in cattedra.

Al tempo della sig.na Fulvia, ebbi l'autorizzazione, dal Provveditore Agli Studi dr. Simone, ad insegnare in forma pratica la lingua francese nella mia scuola popolare di tipo C (alunni già in possesso del diploma di V elementare), sita in Fagianeria. In quell'anno scolastico ebbi l'elogio non solo dal direttore della Cirio, ma soprattutto dal Provveditore dr. Simone, che venne a farmi visita. Nel mese di aprile di quell'anno, venne anche l'eccellentissima sig.na Fulvia a visitare la mia scolaresca, accompagnata dal suo palafreniere (alias autista). Ella, la sig.na maestra direttrice, rivolta ad un mio alunno molto bravo, “Mario Petrazzuoli”, disse: - “Vai alla lavagna e scrivi la primavera in francese!” -

Mario scrisse alla lavagna “Le printemps”. Al che la sig.na Fulvia lo redarguì dicendo:- “No! No! Hai sbagliato, togli la s, perché la primavera è al singolare!” -

Tutti gli scolari mi guardarono, quasi per dire: - “Maestro, tu ci hai fatto sbagliare!” - Io, imperterrito come sempre, risposi: - “Sig.na, molti nomi francesi, come pure le printemps, hanno la s al singolare!” - E poiché la direttrice se la rideva col suo palafreniere, io aprii il vocabolario francese e glielo spiattellai sotto il naso. I due miserrimi scornati, lasciarono l'aula a testa bassa, senza degnarsi nemmeno di scusarsi. A giugno l'ottimo fu abbassato a distinto.

Ma non basta, c'è dell'altro. In seguito, venne nominato direttore un altro maestro, un certo Pasquale Sbottone, da Macerata. Costui, oltre ad essere presuntuoso, era anche un autentico cafone e ciuccio. C'è da dire però che costui non aveva nessun parente al Ministero, per la Raccomandazione. Allora come si spiega la nomina a direttore? -

La spiegazione è presto detta. La classe intellettuale di Caserta, in contrasto col Provveditore in carica, chiese ed ottenne dal Ministero della Pubblica Istruzione l'allontanamento del Provveditore Agli Studi dr. Picone, da Caserta. Pasquale Sbottone si rese promotore di una sottoscrizione di insegnanti, presso Istituti di suore, di benedettini, di gesuiti e dei salesiani, affinché il Provveditore rimanesse a Caserta. La sottoscrizione andò in porto e Picone restò a Caserta. Giustamente il Provveditore doveva ricambiare il favore fattogli da Pasquale e lo nominò direttore del Circolo Didattico di Caiazzo. E così ci piovve sulle spalle tutta questa “Provvidenza di Dio”.

Che squallore, che pena mi facevano e mi fanno tuttora quei dirigenti improvvisati! Quanti scossoni e brutture ha dovuto, purtroppo, subire la nostra scuola.

Rovesciamo per un attimo la medaglia.

Al tempo in cui c'era la qualifica, l'ispettore Buonpensieri, uomo colto e preparato, visitava spesso tutte le scuole dei distretti scolastici di Caserta, dando spesso consigli pratici. Inoltre, era solito punire, con l'abbassamento di qualifica, gli insegnanti sfaticati o scadenti.

Come lui c'erano anche altri ispettori, come ad esempio l'ispettore De Angelis. Costoro venivano dalla gavetta ed entravano nelle scuole con il loro bagaglio culturale, aggiornando e consigliando i maestri a come migliorare le condizioni cognitive di quella tale scolaresca.

“Scuole Ridicole”

Nell'anno scolastico “44 - “45 ebbi in Fagianeria una Scuola Festiva, sempre dalla Direzione Didattica di Caiazzo. Io insegnavo tutti i giorni festivi e feriali. Nel mese di marzo ebbi la visita dell'ispettore il quale mi precisò che la circolare del Provveditore Agli Studi, inerente alle Scuole Festive si riferiva soltanto ai giorni festivi e non feriali, con perdita del punteggio e della qualifica completa. L'ammissione alla frequenza era soltanto per coloro i quali avevano superato il 13° anno d'età. Anche questa fu un'altra fregatura.

“Scuole del Terzo Mondo”

Al tempo della maestra direttrice donna Rumma, ebbi l'assegnazione di una Scuola Sussidiata, alla contrada Marruchelle, poco lontano da Squille, frazione di Castel Campagnano. A quei tempi (“45 - “46) quando una pluriclasse del 1° ciclo (I - II - III classe) non raggiungeva il numero di 15 alunni non rientrava più nell'organico e veniva chiamata “Sussidiata”. Se però nell'anno successivo, il numero degli alunni iscritti raggiungeva o superava i 15 alunni, la Scuola veniva automaticamente reintegrata nell'Organico, altrimenti veniva soppressa.

Per raggiungere la Scuola percorrevo circa 14 Km all'andata e 14 al ritorno, in bicicletta su una strada polverosa e piena di buche. A giugno sostenni gli esami davanti ad una Commissione e alla presenza della Direttrice. La legge scolastica stabiliva che nelle scuole sussidiate si dava all'insegnante un premio finale in denaro per ogni alunno promosso. Legge infame che solo nei paesi del Terzo mondo forse si può accettare. Ma c'è ancora da aggiungere un'altra nefandezza ancora più sconcertante della precedente.

L'apertura e la chiusura dell'anno scolastico della Scuola Sussidiata era uguale a quella Pubblica, però il punteggio veniva calcolato in decimi.

Nel mese di luglio di quell'anno scolastico fui chiamato in Direzione. La sig.na Ada Molinaro mi disse: - “Venite! Venite! Professore! La Direttrice è stata molto soddisfatta del vostro insegnamento e mi ha pregato di consegnarvi questa busta.” Lungo la discesa di Caiazzo, mi fermai ed aprii la busta. Oh mio Dio! Che delusione! C'erano cinque lire. Mi prese un tale scoraggiamento che non riuscii a inforcare la bicicletta.

 Il lettore, al giorno d'oggi, può pensare che questi fatti siano scaturiti da una mente ricca di fantasia e si rifiuta di accettare per vero quanto testé ho detto.

A tal uopo può prendere visione del mio certificato di servizio dell'epoca in mio possesso.

“La madre che voleva maritare sua figlia”

Quand'ero giovane solevo spesso intrattenermi presso la porta di casa di una giovanetta del paese, in via Riola.

Zì Santella “Ve la ricordate?” aveva una figlia da voler maritare. Un giorno Zì Santella s'incontrò con mia madre e con voce nasale le disse: - “Tresinè, vostro figlio ha incominciato ad ausemmà!”- Mia madre rispose: - “E comme?”- “Manten i standr re porte e llat!” -

Voleva insinuare che io mantenevo le candele di altri giovani spasimanti della giovane.

“Il cleptoname maleducato”

In piazza Chiesa, a volte, si fermava un fruttivendolo ed un certo Peppino o' sergente riusciva di nascosto a rubare della frutta o verdura dal retro del carretto.

Una donna del paese lo rimproverò e lui, con faccia tosta, rispose: - “Si ncoppe a terra nun ce stessero i fessi, i rritt comme campassero?”- (Se sulla Terra non ci fossero i fessi, le persone intelligenti, come potrebbero vivere?) -

“A volte alcune battute dialettali hanno un alto valore umoristico”-

Al tempo in cui il Corso Principe Umberto di Napoli (alias Retfilo) era poco affollato (anni “45 - “50), gli spazzini napoletani, al mattino presto, impugnavano quelle lunghe scope di saggina dalle punte ricurve e, con ampi movimenti ad arco, spazzavano via tutte quelle cartacce che s'erano accumulate il giorno prima. Ad un certo punto, mentre aspettavo sul marciapiede l'apertura dei negozi, fui attratto da un battibecco tra due persone: uno spazzino e un gagà (zerbinotto).

Quest'ultimo, nell'attraversare la strada sfiorò la punta della scopa. Lo spazzino arrabbiato gridò: - “Né, ma si cecat, ncè vir?” - Il gagà con tono ironico e burlesco esclamò: - Aggiamm pacienz, n'agge ammaccate a pont rà penna stilografica!” (abbi pazienza, ti ho ammaccato la punta della tua penna stilografica).

 “A chivatura”

(La piegatura)

Torniamo a parlare nuovamente di Zì Santella e di suo marito Zì Raimondo. Finalmente essi, dopo tanto penare, riuscirono a maritare la loro figliola.

Chiese la mano della giovane un certo Olifante - Costui, probabilmente allettato dai quattrini, la sposò. Uomo di mondo e pieno di prosopopea (sbruffone autentico) riuscì, in breve tempo, anche con raggiri e inganni fraudolenti, a farsi una discreta posizione finanziaria. Da premettere che quando arrivò a Piana, era un nullatenente, eccezion fatta del titolo di brig....., che gli dava un certo atteggiamento mefistofelico. Zì Raimondo chiamò Antonio, suo cognato, e gli disse: - “Tu, che te ne intendi di macchine, compra un Belvedere (auto) al mio futuro genero.” -

Alcuni giorni dopo, Zì Raimondo chiamò Olifante e gli disse: “Prendi queste mille lire e va a pagare Antonio.” - Da tener presente che le mille lire di allora erano come lenzuola e Zì Raimondo le teneva piegate in un certo modo.

Olifante, con aria da spaccone, tirò fuori il portafoglio e incominciò a spiegazzare le mille lire.

Ma Antonio, con tono sornione, aggiunse: - “Uagliò, porta ccà, io a chivatura e sti sold, a cunosch molto bene e so la provenienza!” -

Antonio voleva dire: - “Tu si nu muort e famm, che fai a fa u’ spaccone?”-

“Non è questo l'articolo”

Venne a Piana, nell'anteguerra, da Liberi un certo Totonno con tutta la sua famiglia. Costui era “u’ causaiuolo”. Diremmo spaccone e fesso, che però fesso non era: sapeva parte del codice civile a memoria.

Un giorno, mi trovai nella Pretura di Caiazzo ed assistetti ad alcune cause. Totonno Largo aveva come avvocato un certo professore di lingua di Castel Campagnano. Era quest'ultimo un brav'uomo, però non idoneo a fare l'avvocato.

Nel difendere il suo assistito, forse dovette sbagliare articolo, perché il Largo gridò: - “Avvocà, non è questo l'articolo che devi citare!” - Intervenne il giudice che rivolto all'avvocato disse: - “Avvocato, uscite un attimo fuori e parlate con il vostro assistito!” - I due si abboccarono e finalmente l'avvocato riprese l'arringa.

Il Largo, soddisfatto, diceva fra sé e sé: - “Adesso va bene! Sì, adesso va proprio bene!” -

Però ad un certo punto gridò: - “No! Hai sbagliato di nuovo!” -

Dovette intervenire il maresciallo dei carabinieri e il giudice rinviò la causa.

“E' sciut a fatica”

(E' uscita la fatica)

E ritorniamo nuovamente al Largo. Nell'appena dopoguerra, il Largo stava giocando a carte nella cantina di Vincenzo ò fuchista, con Pasquale Barberino detto “Pascal e’ ciaccion” ed altri amici.

Tra una partita e l'altra il Largo disse: - “Non posso andare da nessuna parte che tutti mi riconoscono. Ieri sono stato a Roma e mentre in mezzo alla folla attraversavo Piazza Venezia, ho sentito gridare: - “Don Antò! Don Antò!”- Mi sono detto: - “Ma chi è che mi chiama?” -

E nel voltarmi ho conosciuto De Gasperi, che mi ha poi abbracciato.

Ho detto: “Gasparié, come stai?” -

E lui : - “Don Antò, e voi come state?”-

Pasqualino Barberino sbottò e di scatto prese la sedia e la scagliò contro il Largo, il quale si era già ficcato sotto il tavolo.

Siccome la sedia si era impigliata nel filo elettrico, la luce mancò.

E così il Largo riuscì a sgattaiolare via esclamando: - “Fuie Totonno, ch'è sciut a fatica!” -

La cattura del Mostro Tedesco

“Adolf Eichmann”

Chi era Eichmann?

Eichmann, capo delle SS Tedesche fu colui che ordinò l'arresto di tutti gli ebrei facendoli internare nei lager da lui stesso progettati. Col consenso del 3° Reich furono massacrati circa 6 milioni di ebrei.

Nel “47 il Poligono lo fece espatriare in Argentina. Più tardi fu raggiunto dalla moglie e dai figli. Ci vollero circa 20 anni per catturarlo e processarlo.

Sia benedetto quel Vassallo dall'aureola di Santo ! -

Sia Benedetto quel Sant’uomo! -

Un altro Mostro Tedesco

Köebles

Chi era Köebles?

Köebles era agli ordini di Hitler e capo supremo di tutti gli eserciti tedeschi nella guerra “40 - “45. Con i suoi discorsi coinvolse il popolo tedesco a resistere fino alla fine contro l’avanzata degli eserciti alleati. Alla fine, anche contro il volere della sua servitù, che, tra le lacrime, cercò in tutti i modi, ma invano, di dissuaderlo dal compiere l’orrendo atto, massacrò, senza alcuna pietà, i suoi 5 figlioletti.

 Ora io mi domando: un Roosvelt, un Trumann, un Clinton, un Bush, un Gheddafi, un Mussolini, ecc. ecc. sarebbero stati capaci, trovandosi con l’acqua alla gola, di compiere simili orrendi atti?-

 Io, ci metterei la mano sul fuoco, che questi uomini non sarebbero stati mai capaci di compiere atti così insensati ed assurdi. A pensarci bene, però, quando sopravviene la pazzia, tutto è possibile in questo mondo di “lacrime”.

 E infatti solo un pazzo insanabile come Köebles poteva arrivare a tanto.

 L’assurdo e scellerato orgoglio di non cadere in mano nemica.

 Come diceva quel tale: Più conosco gli uomini e più amo le bestie!”-

 Più si va avanti nella ricerca e più vengono alla luce verità sconvolgenti e inimmaginabili.

Altri Mostri Tedeschi

“Il Massacro di Sant’Anna di Stazzema”

(Dal settimanale “Oggi” 

14 Gennaio 2004 n°3)

 Il 12 agosto 1944, quattro ufficiali tedeschi delle SS, a Sant’Anna di Stazzema, un paesino in provincia di Lucca, fecero assassinare senza alcun ordine o motivo, 560 civili fra i quali 132 bambini. Questi mostri: Heinrich Ludwig Sonntag, Ekkeard Albert, Max Simon e Otto Baum, non sono mai stati giudicati da nessun tribunale.

Un crimine contro l’umanità non cade mai in prescrizione. O tu, lettore di questi fogli, che vivi in santa pace, coccolato dai tuoi parenti ed amici, renditi conto, cerca di immedesimarti, almeno per un attimo, in quei momenti terribili di eccidio: le grida strazianti, i pianti dei bambini, le mamme che si stringono tra le braccia i loro cari, cercando, ma invano, di proteggerli; gli assassini che, con sangue freddo, scaricano i loro fucili su quei corpi innocenti, senza alcuna pietà, senza una ragione, senza una briciola di comprensione.

Ed ecco le due foto: la prima, con gli ufficiali tedeschi delle SS, in atteggiamenti spavaldi ed impettiti, come se nulla di tragico fosse accaduto e la seconda, con i poveri corpi straziati e lasciati al ludibrio di cani e gatti. Ma la cosa che più mi fa rabbia è che questi 4 complici sono vissuti nei loro paesi senza che nessuno li abbia accusati o giudicati. Non c’è stato un politico italiano che abbia perlomeno alzato un dito per far giustizia di costoro.

Che Vergogna! - Siamo una massa di pecoroni. E’ inutile vantarsi con discorsi pusillanimi, congressi e baldorie quando dietro le spalle c’è melma, fango merda.